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I medici di famiglia e il ruolo delle USCA



E’ ormai un dire di tutti. Ne parlano i TG e la stampa a tutti i livelli. Per alleviare il peso sulle strutture ospedaliere sanitarie sul territorio sarebbe stato fondamentale favorire le cure domiciliari. Tutte buone intenzioni che sono rimaste solo sulla carta.

Diversi ospedali sono vicini al collasso. Ambulanze in coda ai pronto soccorso e costi inaccessibili per chi chiede il trasporto in privato. Si smantellano reparti per inventare nuovi posti letto dedicati ai malati Covid non ultima la nascita di improvvisati Covid Hotel.

La medicina territoriale non è stata potenziata. Con il decreto del 9 marzo scorso, il governo stabiliva che le Regioni dovessero istituire le Usca (unità speciali di continuità assistenziale) stanziando milioni di euro. Credo che molta gente non sappia nemmeno cosa siano le USCA. Le Usca sono squadre di medici e infermieri che curano i malati Covid per assisterli a domicilio. Fanno tamponi e prelievi del sangue, somministrano le terapie e monitorano lo stato della malattia. Interventi difatto coordinati con i medici di base.

Peccato che oggi l’obiettivo non sia stato raggiunto, anzi. Molte aziende sanitarie locali si sono mosse con mesi di ritardo, nonostante il decreto. I numeri delle USCA sono ahimè esigui. Lo ha ribadito in una intervista Giacomo Caudo, il tanto nominato commissario straordinario per la sanità calabrese, presidente della Fimmg, la federazione dei medici di famiglia.

Addirittura le Usca non vengono usate per l’assistenza domiciliare, ma per coprire le carenze di personale dei dipartimenti di prevenzione, quindi per fare tamponi e altre attività diverse da quelle per cui erano state create. Siamo alle solite. La musica non cambia.

Non si possono improvvisare le Usca in qualche giorno, chiamando i medici al volo. Non ultima il Tar del Lazio ha stabilito che i medici di famiglia non sono tenuti a visitare i pazienti positivi, compito che secondo i giudici amministrativi spetta al personale delle Usca. Oggi le visite domiciliari sono diventate la priorità, ma il sistema sanitario non sembra aver imparato la lezione.



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