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Riformare lo stato sociale per una legislazione di impresa forte, flessibile e innovativa



Sono passati decine di anni. Nonostante ciò la sfida si ripropone, con forti analogie: l’improrogabile esigenza per un nuovo modello di relazioni sindacali e innovativo al rapporto e alla prestazione di lavoro che la globalizzazione e l’innovazione tecnologica impone. 

Regole di rappresentanza da ridefinire. Più contrattazione in un contesto di diritti e di doveri: con clausole di chiara legittimità e responsabilità, esigibili sia da parte dei lavoratori, sia da parte dell’impresa. Non si tratta di abolire la contrattazione, o di ridimensionarne l’ambito e l’oggetto. Di certo è che le tradizionali relazioni industriali (incentrate con contratto nazionale di categoria) non sono più in grado di sopportare il confronto tra le parti e capace di dare risposte positive alle esigenze delle piccole e medie imprese. Ci vuole un contratto di lavoro costruito più a ridosso della propria configurazione aziendale.

L’impresa ha sempre più caratteristiche sue proprie per tecnologia, organizzazione produttiva, prodotto, mercato. La contrattazione nazionale potrà mai rispondere pienamente a queste caratteristiche? No. E l’incertezza che ne consegue non solo potrebbe indurre le imprese non dar corso agli investimenti colpa anche della cattiva organizzazione della PA e giustizia civile. Tutti i soggetti istituzionali devono “cambiare” comportamenti e capacità di rappresentanza: la politica in primis ma anche le parti sociali in gioco, per le quali diventa urgente un auto-riforma delle regole di rappresentatività.  Il modello contrattuale attualmente vigente, vecchio e vetusto, produce solo effetti depressivi sui livelli retributivi con una sempre più crescente delocalizzazione del made in Italy. Questo sistema va profondamente cambiato, affermando la centralità per importanza alla contrattazione di secondo livello come filiera e di territorio.

La via maestra per il riassetto del sistema delle relazioni industriali andrebbe rivista con un accordo “interconfederale” sottoscritto da tutte le confederazioni imprenditoriali e sindacali, nel quale trovino una nuova compiuta disciplina legislativa. La maggioranza delle persone desidera un rapporto di lavoro stabile e sicuro, perché garantisce sicurezza economica e sociale, favorisce un clima di lavoro positivo, previene discriminazione e malessere. La sicurezza del rapporto di lavoro è centrale per una vita sociale sostenibile. Un modello che coniughi flessibilità per le imprese a sicurezza sociale e partecipazione per i lavoratori. Che fissi le regole chiaramente, creando prevedibilità e competitività all’economia e nel garantire stabilità e crescita. Un modello che si fondi su quattro pilastri: sindacati forti e rappresentativi, legislazione del lavoro flessibile, politica attiva per mercato del lavoro e famiglia, welfare per tutti.

A ciò serve un diverso livello di cultura e istruzione, un diffuso clima di collaborazione, uno standard tecnologico elevato, buoni livelli di pari opportunità, servizi pubblici efficienti e caratterizzati dalla trasparenza, buone infrastrutture, un welfare elevato. L’autonomia dei vari attori in gioco rimane un punto cardine alla realizzazione di tale sistema. I contratti collettivi rappresentano altresì lo strumento più importante.

I dipendenti dovranno essere parte attiva con una propria quota di responsabilità nell’impresa. Compito dello Stato sarebbe il fissare regole quadro mediante una nuova legislazione del lavoro senza ingerenze politiche. I contratti collettivi dovrebbero essere istituti di diritto civile e avvalersi di propria autonomia. Nessuna autorità statale di vigilanza sui contratti in materia di lavoro: le parti dovrebbero rispondere del proprio rispetto e accordo. Il sistema dei contratti collettivi deve lasciare spazio sufficiente alla flessibilità, evitando burocrazia e vincoli politici spesso presenti nei processi legislativi. Il complesso di contratti di riorganizzazione, indennità di disoccupazione e altri interventi dovrà garantire ai lavoratori modifiche strutturali compartecipando alle decisioni aziendali mediante i propri rappresentanti sindacali. Le pari opportunità fra donne e uomini devono permeare in tutta l’attività. Ma, se a questo nuovo modello non si giunge in tempi brevi e prefissati, non si può riconoscere a nessuno il diritto di bloccare tutto, col suo veto. È proprio vero che le regole fatte per fotografare un’esigenza del presente, trovano sempre il modo di ribaltarsi, nel futuro, contro i loro autori. L’attuale crisi politica ne è la conferma di un immobilismo. Oggi come oggi è arrivato il momento di affrontare un tema per troppo tempo insoluto e che invece considero importante ai fini dell’ innovazione e della giustizia sociale.

Mi riferisco alla partecipazione dei lavoratori e azionariato nell’impresa.  Imprenditore e lavoratore sono legati da un comune destino.  È quindi necessario dare avvio a forme più avanzate di democrazia economica, anche per consentire ai lavoratori di partecipare ai profitti dell’impresa:  partecipazione finanziaria con l’azionariato dei dipendenti e un più forte ruolo dei fondi pensione promossi dalla contrattazione collettiva;  un modello duale della governance d’impresa, con la presenza dei rappresentanti dei lavoratori nel cosidetto “ Consiglio di Sorveglianza ” ;  negoziazione tra le parti in gioco ad un legame diretto tra retribuzione e utili di impresa. E’ un tema sul quale si dovrà per forza discutere, senza i fantasmi del passato.

Si deve dare spazio alla modernizzazione delle relazioni socio-politiche, anche mutuando le soluzioni da esperienze di altri Paesi, a partire dalla Germania.



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