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Reddito di cittadinanza va eliminato non senza una vera politica industriale e formativa


Il reddito di cittadinanza ha polarizzato sicuramente l’attenzione dei media suscitando polemiche sull’ultima legge finanziaria e governativa.  

È indubbio che tra l’inarrestabile pandemia e guerra e gli aumentati costi energetici, l’inflazione ha preso il sopravvento nonché la recessione. Due ferite aperte che, sommate all’alta disoccupazione e ai bassi salari, ha fatto ripombiare ll paese nella povertà.

Il reddito di cittadinanza giusto o no mantenerlo? Ha certamente avuto l’indiscutibile funzione di sostenere milioni di persone disagiate, evitando così un’aspra conflittualità sociale. Nell’attuale Istituto legislativo appaiono evidenti alcune misure incompatibili. Una tipicamente assistenziale: il contrasto della povertà e non sempre causata dalla mancanza di lavoro ed altra questione quella riguardante la gestione del mercato del lavoro ovvero l’avvio all’occupazione dei percettori della misura assistenziale.

Problemi incandescenti in cui lo stato di povertà, compreso quello d’inoccupazione o disoccupazione, è facilmente accertabile, mentre l’avviamento al lavoro richiede complicate precondizioni essenziali. Serve un piano industriale perché sia tutto ciò realizzabile. Il sussidio provvisorio con il percettore attraverso i Centri per l’impiego aiutato dai cosiddetti navigator è un stato un “FLOP”. Pertanto è necessario ripartire dall’occupabilità, ma non senza pensare che nella realtà attuale lo stato di povertà resta permanente per persone incapaci o senza qualifica o un po’ avanti negli anni, cioè di difficile collocazione lavorativa. E non senza pensare all’impossibilità d’individuare gli “occupabili” vista l’inadeguatezza di strutture istituzionali capaci di reperirli, selezionarli e controllarli.

In questa confusione hanno regnato l’ambiguità e i tanti abusi. La gente del sud ha preferito il reddito di cittadinanza forse anche perché il salario offerto era stagionale o malpagato. Ma il problema fondamentale è oggettivo. Impossibile l’avviamento al lavoro se manca la precondizione indispensabile d’un precostituito tessuto o piano industriale e con imprese che domandano lavoro e lavoratori che si offrono ma senza profili professionali soddisfacenti. Con l’attuale progetto governativo, si pretende ora di attuare la distinzione tra chi «può» e chi «non può» lavorare. Distinzione sacrosanta.

La prospettiva del governo sembra porre il definitivo sganciamento del sussidio di povertà (per i veri bisognosi) dall’avviamento di chi ha capacità di lavoro. Certamente è più che condivisibile differenziare gli interventi secondo differenti obiettivi. Il reddito di cittadinanza è parte di tanti ammortizzatori sociali, la cui cagione è l’assistenzialismo secondo l’articolo 38 della Costituzione.

Peraltro non aiuta certo l’autonomia regionale che dissemina le competenze in materia tra Stato e Regioni. Riuscirà il Governo Meloni a realizzare tutti questi strumenti istituzionali e organizzativi? Problema assai complesso. Concludo con questa semplice frase: è meglio essere ottimisti e avere torto piuttosto che pessimisti ed avere ragione !!!



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