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Ogni emergenza ha il proprio cappio



La storia insegna come non sia facile sottrarsi facilmente alla discussione quando si è travolti nell’emergenza sia essa politica, filosofica, scientifica od economica.

Oggi come oggi la scienza tenta di porre ordine e punti di riferimento all’esistenza stessa. L’approccio scientifico che ad oggi prevale sul pensiero politico resta comunque alla base di un confronto e di un ragionamento politico. Non si possono certamente scindere o annullare i due fattori.  La storia insegna che le guerre intestine siano di carattere emozionale non razionale.

A rischio anche la libertà di pensiero. In questi ultimi tempi acceso è il dibattito sui bavagli da imporre ai social network e sul monitoraggio stretto con sistemi informatici, o i totalitarismi, dove la potenzialità utopica e l’ambizione di costruire qualcosa utilitaristico hanno generato mostri. Il processo di civilizzazione non sarà comunque percorribile senza un’identità di fondo, senza una coscienza della propria forza che attinge dallo spirito e dal riporre fiducia nel popolo, che faccia da collante culturale in mezzo a tanto disordine di immagini e icone che questo Stato ha prodotto.

La politica ha il preciso compito di equilibrare e sincronizzare il contesto con le semplici regole di convivenza e non pateracchi scongiurando ogni tentazione di amplificare il demone attuale “Covid 19“ e condannando qualsiasi nazionalismo, capitalismo o esasperazioni del socialismo. Sono in molti a evocare il periodo del dopoguerra quando gli organi dirigenti dei partiti, erano in grado di elaborare decisioni collettive e non individuali, settarie o fanatiche. Dove il culto della personalità era marginale, si parlava di leader carismatici a capo di organizzazioni complesse.

Ma esisteva un NOI, e il partito non si identificava con il leader. Con ciò detto viviamo in un contesto difficile da affrontare, con un Europa incline a difendere il totalitarismo di ogni stato membro. In un Italia così combattuta su diversi fronti avanza in modo strisciante una forma di Stato che si vuole sostituire ai cittadini, dove questi già sono stati sostituiti dalla bassa considerazione del diritto al lavoro negli ultimi quaranta anni e là dove questi non costruiscono più la loro società si ritrovano ad essere loro stessi i prodotti del mercato, come quello digitale, con il conseguente risultato della sperequazione economica e del disagio sociale alienante.



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