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I seri interrogativi per il futuro delle aziende made in Italy



La Pandemia non è solo sanitaria. Continua a crescere il trend delle aziende italiane delocalizzate all’estero. Non solo le multinazionali ma anche micro e medie imprese scelgono di delocalizzare la produzione e aprirsi a nuovi mercati. 

La globalizzazione ha creato un virus indifendibile che prende il nome di “delocalizzazione”. Cosa comporta delocalizzare? Comporta il trasferimento di impianti o strutture industriali in un luogo diverso da quello d’origine, per convenienza economica.

Di esempi se ne potrebbero fare a centinaia. A Mantova è in corso una dura lotta riguardo la Corneliani a cui va tutta la nostra solidarietà. Ma non basta !!! La conferma che i capitali si stanno progressivamente spostando verso i paesi dell’Est arriva da colossi bancari di diverse società di credito del Nord Italia. Buona parte dei suoi investimenti sono ora nell’Europa centro-orientale. Ecco perché gli imprenditori spostano le aziende in Europa orientale.

In pratica, i capitali prendono sempre più la via dell’oriente europeo, dove alla nostra crisi e alla nostra desertificazione industriale corrisponde un pieno boom economico. E’ infatti grazie alla capacità di sfruttare al meglio i fondi strutturali dell’Unione europea, paesi come la Polonia, Romania, Ungheria, Slovacchia e Turchia sono stati in grado di accrescere la loro produzione industriale.

Per questo sono ricorsi ad ogni mezzo per attirare investimenti esteri: liberalizzazione del mercato del lavoro, mancato rispetto delle più basilari norme di sicurezza, vendite a sottocosto, noncuranza delle più elementari misure di tutela ambientale attivando percorsi formativi tecnici senza troppe pretese in fatto di diritti.

Forse non si arriverà ai livelli della Cina, dove il costo del lavoro è letteralmente inferiore ma l’Europa orientale ha il grande pregio di essere vicina, senza vincoli doganali a intralciare il movimento di merci e capitali, e di usufruire dei fondi strutturali dell’Ue.

Nell’Europa dell’Est la creazione di nuove imprese e l’aumento del tasso di occupazione hanno provocato un’espansione del mercato interno con conseguenti nuovi incentivi ad ulteriori investimenti. Grazie all’aumento del tenore di vita degli europei orientali i beni prodotti vengono sempre più consumati in loco, anziché esportati, e i capitali migrati a oriente difficilmente prendono la via del ritorno.

Il Governo Draghi ha puntato il dito sulla semplificazione dei processi, sulla pressione fiscale, sulla riduzione del costo del lavoro. L’eterogeneità fiscale e retributiva del territorio Europeo non lascia dubbi: di unito non c’è mai stato nulla!!! Non solo. Sarà ancora opportuno che i figli acquisiscano specializzazioni nello studio e nel lavoro sempre più effimere rispetto alle produzioni semplici che generano prodotto e piena occupazione nei paesi dell’Est Europa? Il Governo Draghi avrà occhi e orecchie per intendere cosa sta succedendo?



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