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Disaffezione alla politica: sentimento di malessere diffuso


Il crescente divario tra cittadini e istituzioni radicatosi nell’astensionismo è indice di una radicale perdita di fiducia nella democrazia e che oggi interessa in particolare i più poveri e i più svantaggiati.

La realtà la conosciamo bene e non c’è bisogno di molte parole per raccontarla. È fatta di generale stanchezza e di avversione nei confronti della politica. Sentimenti diffusi, che si riflettono non solo sull’astensionismo ma del declino dell’adesione a partiti e sindacati e della sfiducia generalizzata nei confronti dei “politici” e delle stesse istituzioni democratiche.

Questa indifferenza si registra non solo in Italia, ma in altre democrazie occidentali. Si tratta sicuramente di un fenomeno amplificatosi con il concorso di molte cause. Una prima ipotesi mi rimanda al valore della libertà politica in diversi contesti storici e sociali. Di fronte all’attrattiva di una società del benessere che va dal consumismo al svagarsi e realizzarsi nella sfera privata, per quanto illusorie esse si rivelino, l’esercizio dei diritti politici perde molte delle sue attrattive. Manca il tempo e manca l’interesse per ciò che sembra non incidere più di tanto sulla propria esistenza personale.

Si finisce col vivere, e col percepirsi, più come consumatori che cittadini. Una lettura nella quale non si può escludere che ci sia qualcosa di vero. Ma che non tiene conto del fatto, incontrovertibile, che il profilo tipico di chi oggi diserta le urne non è propriamente quello di un soggetto soddisfatto. Da tempo sostengo che il fenomeno della fuga dalla politica riguarda oggi in primo luogo i ceti meno abbienti e meno garantiti. Disoccupati, precari, marginali, poveri e impoveriti rappresentano il grosso dell’esercito del non-voto e della non-partecipazione.

Lo scarso interesse dei poveri per la politica riflette lo scarso interesse della politica per i poveri. La politica sembra essere diventata il “salotto per la classe medio-alta” dato lo scivolamento verso il basso del ceto medio colpito dalla crisi e che non appassiona, e non coinvolge, chi ha perso qualsiasi speranza nella reale soluzione ai propri problemi. Altro motivo insindacabile è che il distacco tra politica e cittadini si è realizzato in questi anni nelle due direzioni.

Se per un verso sempre più cittadini si sono allontanati dalla politica, per altro verso è la politica stessa ad essersi ritratta e sottratta alla presa di coscienza delle persone comuni. Il popolo, che non si lascia ormai più ingannare tanto facilmente alle vuote apparenze di libertà, si astiene allora dovunque dall’interessarsi agli affari del comune e vive tra le sue mura quasi fosse un apolide.

Alla restrizione di spazi di discussione e decisione democratica fanno da contrappeso occasionali tentativi di ceto dirigente sempre più screditato nel 
riconquistare il consenso e il voto dei cittadini. Partiti che da anni non celebrano un congresso senza una discussione vera su linee politiche, che coinvolgano iscritti o i loro delegati, dall’esito scontato, cui gli elettori reagiscono stancamente.


Istituzioni locali sempre meno rappresentative complici leggi elettorali distorsive e assenza di riforme fanno a gara per inventarsi nuove forme di coinvolgimento dei cittadini: dai referendum agli esperimenti di democrazia deliberativa, alle piattaforme ON-LINE. Scontrandosi con un diffuso senso di scetticismo e di disillusione. Se poi aggiungiamo episodi di corruzione e di malgoverno che coinvolgono il ceto politico, non stupisce che alla disillusione dei poveri si sommi isolamento e sdegno. Ci troviamo di fronte a una stanchezza democratica. È il segnale di una crisi che colpisce il cuore stesso della democrazia, che sembra non essere più riconosciuta come un veicolo di cambiamento e di emancipazione sociale. È su questo aspetto che vorrei chiedermi fin quando si possa sostenere tale situazione?

Nel contesto economico venutosi a creare con la liberalizzazione dei mercati finanziari a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso la possibilità di perseguire politiche volte a ridurre le diseguaglianze generate dal mercato risulta profondamente compromessa, se non annullata e con essa le differenze tra i partiti, di destra e di sinistra, costretti a convergere su posizioni comuni da imperativi sistemici che non lasciano spazio per politiche economiche alternative. Le conclusioni sono assai sconfortanti.

Sarebbe tuttavia un errore rassegnarsi all’idea che la democrazia sia divenuta strutturalmente incapace di servire allo scopo per cui è stata inventata. Porto l’esempio di un Paese dell’Unione europea: il Portogallo. Nel rispetto dei parametri imposti dai trattati internazionali, ha adottato una politica fiscale fortemente progressiva, grazie alla quale può investire nei servizi sociali, ridurre l’orario di lavoro, l’età pensionabile e le tasse universitarie, aumentare il salario minimo.

A riprova che non esiste alcun automatismo come qualcuno vorrebbe farci credere. Mentre la dinamica delle istituzioni democratiche mira direttamente a sollevare le emozioni politiche delle masse oltre la soglia della coscienza sociale per farle lì placare, l’equilibrio politico nell’autocrazia riposa. Dal che deriva inevitabilmente il conflitto sociale. Necessita molta saggezza nel non rimuovere i conflitti, ma a rappresentarli e mediarli, in modo che non esplodano pericolosamente nella società.

La storia insegna che i venti estremistici tornano a soffiare impetuosamente sulla rabbia degli esclusi e degli impoveriti, con esiti difficili da prevedere.



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