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La domanda di lavoro tra dignità e riscatto



Il reddito di cittadinanza certamente non è una risposta alla domanda di lavoro! Ma cos è che potrebbe portare beneficio all’impegno sociologico, economico, politico, culturale, esistenziale e ad onorare la dignità e al tanto bisogno di riscatto? 

Ovviamente coniugare i bisogni e i diritti rappresenta, a nostro avviso, il principale obiettivo per una società che dicasi basata sulla giustizia e sull’uguaglianza. In questo la politica deve però saper affrontare di petto questioni fondamentali quali lo sfruttamento, la formazione, la questione salariale, i redditi, i profitti, i sistemi fiscali e contributivi, la previdenza, la sanità, la sicurezza, i contratti, l’alienazione, i tempi e i modi di produzione, l’uso delle tecnologie, il valore delle merci, i consumi, gli stili di vita, il merito, l istruzione, il senso stesso della vita.

Occorre pertanto ripensare ai diritti e, nel contempo, riorganizzare i territori, riconvocare le comunità ad un nuovo processo lavorativo, riannoverare quella prospettiva di libertà e giustizia sociale. Dal Governo Draghi molte le aspettative e le buone intenzioni ma che nonostante le risorse e i piani del Pnrr il rischio è che rimangano tali. L'infrastruttura sociale rimane il vero perno e asse strategico dello sviluppo, senza il quale anche sfide fondamentali come la transizione digitale rischiano di accrescere le distanze e le diseguaglianze tra i cittadini e la cosiddetta “economia dell'avidità”.

Nel bel mezzo delle esasperazioni pandemiche e con l’avvento del conflitto Russo-Ucrain, che ci vede direttamente coinvolti, si è acutizzato un irreversibile aumento delle vulnerabilità e delle disuguaglianze, un impoverimento del lavoro, un forte stress al sistema welfare già sotto pressione, un inasprimento del clima sociale e un’ulteriore spaccatura della società civile.

Molto spesso ci si appella ai Governi tecnici che dicasi più affidabili. Noi pensiamo che tali questioni siano da gestire non solo con manager. Sono problemi a sfondo politico da trasformare, riarticolare, rideclinare, cambiare a partire dalle nostre istituzioni, dai ruoli e competenze, dai servizi, dalle reti, dall’azione sociale. Ciò non significa fuggire dalla logica di impresa per tornare a un’idea di totale dipendenza dagli enti pubblici e dallo Stato, ma vuol dire che è tempo di recuperare il senso dell’imprenditorialità sociale come forza di trasformazione, come esperienza di lotta per la libertà e la giustizia sociale.

Pertanto servono nuove strategie nel mettere insieme e armonizzare più fronti di lavoro e di attivazione di risorse: comunità da convocare, istituzioni da ricapacitare, mercati da creare, mutualità e professionalità da rivalorizzare. Soprattutto oggi in cui povertà, diseguaglianze e vulnerabilità sono toccate strutturalmente con le tante fragilità sociali.

Una sorta di rinnovata capacità nell’animare e riorganizzare i territori partendo dalla co-programmazione, deve annettersi con una nuova capacità di rappresentanza e dare voce ai diritti delle persone e del lavoro, compreso quello sociale, sempre più anch'esso a rischio di impoverimento.

Al futuro serve un'altra ricchezza, una ricchezza sociale, ovvero una ricchezza guadagnata e costruita insieme, e non "speculata". Concludendo nessuno può tornare indietro e ricominciare da capo, ma chiunque può andare avanti e decidere il finale. Molte sono state già dette. Poiché nessuno ascolta, occorre sempre ricominciare. Non serve strappare le pagine della vita. Basta saper voltar pagina e ricominciare!!!



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